Alla luce dei fatti è stato giusto non andarci
L’altro punto di vista
La manifestazione di Piazza Navona del 8 luglio scorso ha prodotto dietro di sé strascichi e polemiche destinati a lasciare il segno. Noi abbiamo dato, sul nostro blog, ampio spazio a quell’evento fin da quando sul sito di Micromega fu lanciato l’appello ad aderire da Furio Colombo, Francesco Pardi e Paolo Flores D’Arcais. Questo perché crediamo che il pluralismo e le diversità interne siano una risorsa e una ricchezza essenziale alla dialettica democratica del Paese.
Fra gli stessi giovani democratici ascolani vi era chi riponeva grandi aspettative nella piazza del 8 luglio (e nonostante tutto è rimasto della stessa opinione) e chi al contrario guardava ad essa con scetticismo e diffidenza.
Tutto ciò, insisto nel ripeterlo, è un valore positivo per lo stesso circolo giovanile, impegnato a dibattere e discutere di idee concrete con posizioni differenti, al contrario di quanti hanno ridotto il dibattito politico a una sterile ricerca della visibilità e dell’interesse personale, sintetizzato nell’accaparramento di posti e poltrone. Ed è proprio giunto il momento di chiedersi quanti amministratori del Pd, in Italia, aspirano alla realizzazione di un’ideale o di un progetto ambizioso oppure al mantenimento e, se possibile, all’accrescimento di una rendita di potere.
Forse non si nascondono anche in questi “piccoli fatti di cronaca” le ragioni profonde di una sconfitta che è prima ancora che politica una sconfitta culturale?
Il Partito Democratico ha deciso di non partecipare alla manifestazione di Piazza Navona. Molti, fra i democratici e non, hanno rimproverato a Veltroni la mancata presenza del maggior partito di opposizione a un appuntamento che doveva essere la risposta “civile” all’inciviltà del vergognoso lodo Alfano e dei vari tentativi messi in atto per affossare lo stato di diritto da parte della banda Berlusconi (verrebbe più naturale dire banda bassotti che però a differenza del premier non riesce a farla franca).
Indipendentemente dalla piazza, dove la compostezza e l’educazione dei cittadini è stata da esempio per tutti, la “civiltà” di chi si è arrogato il diritto di sentirsi padrone della scena, su quel palco, è stata utile alla causa democratica? Mi domando dove saremmo andati a finire se il Pd avesse deciso di partecipare a quel teatrino!
Le vere questioni scottanti come il livello pietoso dell’informazione televisiva pilotata, le leggi ad personam ad uso e consumo del Presidente del Consiglio per non farsi giudicare, il grande inganno di fronte al quale rimangono inermi gli italiani impotenti di reagire e farsi una propria opinione, l’enorme emergenza sociale alias salari e pensioni hanno sgomberato il campo per lasciare il posto all’insulto e all’antipolitica. Il tutto con buona pace del suo più autorevole rappresentante che, come qualcun altro, ha ben intuito che dare un colpo al cerchio e uno alla botte comporta il privilegio di posizionarsi in un indistinto “terzismo” in grado di fare appeal su quanti, incapaci di elaborare una propria proposta, non sanno fare di meglio che rintanarsi nel qualunquismo. E intanto fanno gli show, vendono libri come Rizzo e Stella, riempiono le piazze come Grillo…ma infondo le riempiono di vuoto, perché è il vuoto ciò che sta dietro a chi sceglie di non scegliere come chi resta indifferente od ostile alla politica, che vorrei ricordare essere tutto ciò che attiene alla dimensione pubblica, sociale e culturale dei cittadini. A volte ci si dimentica di questo.
Non condanno gli insulti della satira, voglio essere chiaro, persino quelli che hanno destato maggior scandalo, partendo dal presupposto che chi fa satira è portato ad usare toni e sfumature poco affini alle consuete espressioni quotidiane e per il fatto che storicamente basta risalire all’antica Roma per ricordare quanto vigore vi fosse nelle satire di Lucilio, Orazio, Persio, Marziale e Giovenale. Ciò che io contesto è la commistione della satira con la denuncia-proposta politica che quella manifestazione doveva avere e che invece non ha avuto in quanto la politica è stata defenestrata dall’antipolitica.
Un partito che rappresenta un terzo degli italiani e che è per sua vocazione strumento di una visione riformista della società è chiamato imprescindibilmente a elaborare una propria piattaforma di proposte, di idee, di contributi, che rappresentino delle risposte adeguate nei confronti dei cittadini e soprattutto di quelli che stentano di arrivare alla fine del mese. Farsi rubare la scena da altri (giornalisti, politici, comici, pseudo-comici) avrebbe significato svilire il compito di proposizione, e non di semplice avversione, che spetta a un partito riformista quale il nostro. Lo stesso progetto del Pd sarebbe di conseguenza caduto in macerie.
Ci tengo a dire, inoltre, che chi scrive è un convinto sostenitore dei girotondi e della lodevole azione di scossa critica delle coscienze operata dai medesimi, in grado di rappresentare l’unico lume civico in quel periodo scellerato del quinquennio berlusconiano 2001/2006.
E penso che tale tesi sia supportata a maggior ragione da quanto ha detto il leader di quella gloriosa stagione. Se lo stesso Nanni Moretti, infatti, osserva sgomento: “che disastro Piazza Navona…noi facevamo politica, non antipolitica” sottolineando che è stata “sporcata la storia dei girotondi” vuol dire davvero che quanto visto l’8 luglio non ha nulla a che vedere con i girotondi ma, al contrario, è frutto del disegno dei capi dell’antipolitica preoccupati di colpire Berlusconi e affondare allo stesso tempo Veltroni ergendosi a paladini della verità e dell’ortodossia democratica. D’altronde uno che inizia il suo intervento gridando alla folla “Italiani!”, riecheggiando “certe usanze” del ventennio fascista, e che si scaglia contro il Presidente della Repubblica, l’unica figura istituzionale di riferimento dei cittadini con la schiena dritta, è la conferma che il Pd non doveva assolutamente essergli accanto.
Chi invece gli era accanto, lo si noti bene perché non è difficile comprendere certi comportamenti, è chi, prima delle elezioni ha goduto di poter essere alleato del Pd (e quindi al riparo dalla radiazione), accettando di formare un unico gruppo parlamentare con l’intento di entrare del tutto successivamente nel partito, e al momento dei fatti ha optato per un gruppo parlamentare autonomo accantonando quindi gli accordi presi. Ora si è posto l’obiettivo di coprire lo spazio tenuto vuoto in parlamento dalla sinistra radicale in modo da guadagnare consensi in vista delle prossime elezioni europee e addirittura di catturare alcuni consensi dal Pd. Ne consegue infatti che, dati alla mano, nell’ultimissimo sondaggio il centrodestra presenta un quadro sostanzialmente invariato rispetto alle ultime elezioni di aprile mentre nel centrosinistra il Pd perde consensi a vantaggio proprio di Di Pietro.
Cerchiamo di non favorire chi vuole crescere sulla pelle del nostro partito.
Le manifestazioni utili sono quelle attraverso le quali si conquistano consensi, e si conquistano dall’altra sponda. Non servono per dare sfogo alle passioni dei propri elettori se non sortiscono alcun effetto nel campo opposto. Altrimenti le elezioni non le vinceremo mai!
La grande manifestazione del prossimo 25 ottobre, spinta peraltro da ragioni sociali, perno della nostra azione politica, sarà sia un’occasione per dimostrare la nostra forza e determinazione nella sfida all’opposizione del governo, sia la possibilità da parte della base e dei militanti di rinsaldare le fila, e sia il mezzo che ci porterà ad acquisire nuovi consensi sfondando i confini degli avversari.
Attraverso questa costruzione del consenso i partiti riformisti europei hanno raggiunto il governo del proprio paese.
Matteo Terrani







