Famiglia cristiana attacca il governo: leggi razziali

category News Fuser 10 febbraio 2009

Il settimanale cattolico attacca i provvedimenti del governo in materia di immigrazione considerandoli leggi razziali e provocando la querela del ministro Maroni.

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Anche i cattolici si sono distinti per l’incoerenza morale tra i banchi del Parlamento. La dottrina della Chiesa non è un supermercato dove attingere quel che più aggrada.

Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato nell’aula del Senato della Repubblica. E dire che Beppe Pisanu, ex ministro dell’Interno con la schiena dritta, aveva messo in guardia circa quella brama di menare le mani, già colpevole attorno ai tavoli del bar.

Nessuno ha colto il suo grido d’allarme e l’Italia precipita, unico Paese occidentale, verso il baratro di leggi razziali, con medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini (col rischio che qualcuno muoia per strada o diffonda epidemie), cittadini che si organizzano in associazioni paramilitari, al pari dei “Bravi” di don Rodrigo, registri per i barboni, prigionieri virtuali solo perché poveri estremi, permesso di soggiorno a punti e costosissimo.

La “cattiveria”, invocata dal ministro Maroni, è diventata politica di Governo, trasformata in legge. Così, questo Paese, già abbastanza “cattivo” con i più deboli, lo diventerà ancora di più: si è varcato il limite che distingue il rigore della legge dall’accanimento persecutorio. Il ricatto della Lega, di cui sono succubi maggioranza e presidente del Consiglio, mette a rischio lo Stato di diritto. La fantasia del “cattivismo” padano fa strame dei diritti di uomini, donne e bambini venuti nel nostro Paese in fuga da fame, guerre, carestie, in attesa di un permesso di soggiorno (a margine: che credibilità ha il progetto di un’Italia federalista in mano alla Lega?).

Eppure, nessuna indignazione da parte dei cattolici della maggioranza, nessun sussulto di dignità in nome del Vangelo: peccano di omissione e continuano a ingoiare “rospi” padani senza battere ciglio, ignari della dottrina sociale della Chiesa. La sicurezza è solo un alibi per norme inutili e dannose, per scaricare il malessere del Paese sugli immigrati, capro espiatorio della crisi.

Il circo politico ha dato prova, nei giorni scorsi, di manifesta incoerenza morale. Una parte si batte, giustamente, per Eluana ma, al tempo stesso, approva agghiaccianti leggi discriminatorie. L’altra si batte per gli immigrati, ma promuove una cultura di morte. La tutela della vita e della dignità di ogni essere umano va assunta nella sua interezza, così come la dottrina sociale della Chiesa vale per la vita nascente, per quella che si spegne o si vuole spegnere, ma anche per gli immigrati, i barboni e tutti i poveracci ai margini della società.

L’ignobile “cattivismo” leghista ha fatto scattare la maggioranza sull’attenti e oggi il Paese adotta un diritto speciale (indegno di una democrazia) che discrimina tra cittadini (gli italiani) e non-cittadini (gli extracomunitari). La Chiesa non ci sta; gli Ordini dei medici protestano e fanno sapere che non faranno i delatori; la Polizia, delegittimata, non accetta il Far west delle ronde e della giustizia “fai da te”: «Quel provvedimento», dicono, «rischia di legittimare azioni incontrollabili di squadracce di esaltati».

La Lega, invece, esulta. Finalmente, il “bastone padano”, evocato da Borghezio nel 1999, oggi è strumento d’ordine autorizzato dal Parlamento. Allora in molti sorridevano e liquidavano i desideri dei “volontari verdi” come chiacchiere. Appunto, da osteria. Le cose, purtroppo, sono andate diversamente.

L’Italia più che di cattiveria ha bisogno di serietà e leggi giuste per affrontare la grave crisi economica, che è il vero problema delle famiglie. Altro che implementare il “fondo rimpatri” per stranieri! Presentando il “Fondo famiglia lavoro”, il cardinale Tettamanzi ha detto: «La solidarietà si realizza attraverso il rifiuto di qualsiasi discriminazione».

Nicola, la sicurezza e il fascio-leghismo

 Dopo le elezioni di Aprile, in seguito alla sconfitta del Partito Democratico alle politiche e alle comunali di Roma, diverse sono state le giustificazioni di un esito così inequivocabile, come in effetti è stato, da parte degli addetti ai lavori e del gruppo dirigente. Fra le più gettonate è stata la questione della sicurezza. Nonostante rimanga del parere che il motivo principale risieda nell’immagine negativa che il governo Prodi aveva nel Paese, che ha quindi influito sulla campagna di Walter Veltroni e sulle scelte dei votanti, non c’è dubbio che il tema della sicurezza abbia costituito un nodo spinoso sul quale la mancanza di un profilo netto e chiaro in questi due anni è scaturita in una perdita vertiginosa di consensi.
Immediatamente si è messo in atto un processo di canonizzazione e mitizzazione nei confronti di quel partito che più degli altri si è saputo dimenare nella competizione mediatica, ben orchestrata dagli organi d’informazione televisiva, abili nell‘imbastire di fatti di cronaca nera la maggior parte dello spazio in onda disponibile: la Lega Nord. Fra coloro che hanno mostrato i propri ossequi al partito di Bossi, osservandone un’attenta opera di revisione figurano, tra gli altri, diversi esponenti dell’attuale opposizione. Seppur le recenti scadenze elettorali ci hanno dimostrato l’altro volto del Carroccio, e mi riferisco in particolare alla sua capacità di radicamento sul territorio e di contatto con i cittadini, – su questo forse bisognerebbe riflettere a proposito di chi voleva il cosiddetto “partito liquido” o “leggero”, cercando di imparare la lezione – non dobbiamo in alcuna maniera ergerlo a modello. Non dobbiamo e non possiamo seguire chi di fronte a problemi così rilevanti ha costruito la sua fortuna cavalcando il malcontento della gente e le ansie diffuse all’interno delle città, trasformando quelle sensazioni di paura e incertezza nel proprio cavallo di battaglia, senza entrare nel merito delle problematiche e senza offrire delle soluzioni concrete ma limitandosi a slogan e proclami. La Lega è e resta il partito di sempre, un partito xenofobo e razzista che fa delle divisioni e dei distinguo le proprie armi a doppio taglio.
E farebbero bene, quegli esponenti del centrosinistra e del Pd che in questi giorni si sono prestati a facili e affrettate analisi, inseguendo le sirene leghiste – quasi fossero stati illuminati sulla via di Damasco – a riflettere attentamente sull’inconsistenza delle proprie argomentazioni e dell’aberrazione delle teorie d’oltre Po.
Il Partito Democratico non deve in alcun modo correre dietro alla destra su tematiche importanti come quelle relative alla sicurezza dei cittadini ma anzi porsi nella delicata posizione di elaborare una propria proposta alternativa che tocchi il nocciolo della questione, rifuggendo dalla demagogia dilagante che aleggia in questo periodo e che ha favorito l’asse Berlusconi-Bossi.

Lunedì sera, dopo pochi giorni di agonia, si è spento all’età di ventinove anni Nicola Tommasoli, pestato a sangue la notte del 1 maggio da cinque naziskin per non aver assecondato i loro voleri, donando loro una sigaretta. Il fatto è accaduto nella “verde” Verona. O forse faremmo meglio a dire “nera” Verona, città in cui la Lega Nord tocca il 26% dei consensi mentre a livello provinciale arriva addirittura al 33%. Il gruppo che lo ha massacrato ha già dei precedenti per aggressione, istigazione all’odio razziale, violenza negli stadi. I cinque, tutti più o meno ventenni, sono militanti dell’estrema destra e vengono considerati dei giovani di buona famiglia, assidui frequentatori della curva sud dello stadio Bentegodi, dove la loro indole violenta maggiormente trova possibilità di manifestarsi. Hanno colpito Nicola alle spalle, come vuole il costume fascista, hanno agito da vigliacchi impedendo al giovane di difendersi e poi una volta a terra e ormai privo di sensi hanno inveito contro di lui. Lo hanno fatto nella logica del branco, nella logica delle squadracce di ben più antica memoria. Il ragazzo che ha confessato per primo di aver partecipato al pestaggio, Raffele Dalle Donne, è considerato vicino al gruppo estremista “Veneto Fronte Skinheads” e alla tifoseria dell’Hellas Verona. Tale gang, composta da giovani ragazzi fino ai venticinque anni di età, è già famosa agli occhi della cronaca e della polizia per innumerevoli atti di aggressione e di violenza nei confronti di svariate persone colpevoli soltanto di utilizzare skate-board senza saperlo a loro avviso usare, di indossare la maglietta del Lecce, di sedersi sugli scalini di piazza Erbe, di vendere kebab… colpevoli in sostanza di macchiare l’immagine “pura” della loro città.
La polizia, nel perquisire le loro abitazioni, ha rinvenuto il classico repertorio nazi-fascista, composto da simboli, pugnali e armi di vario genere. Una recente indagine dei servizi segreti (l’Aisi) ha recentemente sottolineato come il territorio del Nord-Est sia “la zona a più alta densità di militanti naziskin del Paese…Fanno pugilato, thai box e sollevamento pesi, e si riconoscono nei valori fondanti dello skin style individuati nell’appartenenza di classe e nel sentimento nazionalista”.

Nicola è morto. Eppure una certa parte politica cerca di sminuire quanto è accaduto., perlomeno tentando di eliminare la connotazione politica che, sembra evidente, non è eludibile. Il sindaco leghista Tosi ha detto che Verona non è una città neofascista e che “la politica non c’entra niente”. Gravissime le affermazioni del neoeletto Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini che, innestando un paragone ignobile fra i fatti di Torino (dove uno squallido gruppetto di estrema sinistra ha bruciato le bandiere di Israele) e quelli di Verona, è riuscito persino a dire che i primi risultano più gravi dell’uccisione di un ragazzo ad opera di neofascisti.
Ci attendono anni difficili, in cui potremmo rivedere episodi simili a quelli visti a Genova nel 2001. Repressioni e crimini impuniti potrebbero presto tornare d’attualità nel nostro Paese.
Dovrà essere chiaro se vogliamo attecchire nel Nord-Est e portare avanti le nostre proposte quale è la strada da seguire. Soprattutto in materia di sicurezza. Sicuramente non è la via tracciata da quei politici che in questi anni hanno consentito e goduto dal punto di vista elettorale di quel connubio che si è formato in alcune aree del Nord fra l’estrema destra e la Lega, sfociando in una sorta di “Fascio-Leghismo” che meglio di qualunque altro termine è in grado di rendere l’idea di quello a cui siamo di fronte.

Loro sono mossi dall’odio nei confronti del diverso. Di chi ha un diverso colore della pelle, di chi viene da una diversa zona dell’Italia, di chi ha una diversa fede religiosa, di chi ha un diverso orientamento sessuale, di chi ha una diversa idea politica, di chi ha diverse aspirazioni, usi e costumi. Loro respingono e rifiutano la diversità.
Noi della diversità dobbiamo farne una virtù e un valore.

Matteo Terrani