IL POPULISMO DEGLI STRACCIONI

category Articoli e interventi Fuser 9 febbraio 2010

Nel secolo scorso le avventurose imprese coloniali italiane furono sprezzantemente liquidate da Lenin come “l’imperialismo degli straccioni”. Non è il solo esempio dove il popolo italiano viene deriso per vicende o avvenimenti a dir poco discutibili, soprattutto, inoltre, se risultano come vano tentativo di emulazione di altri Paesi ben più capaci di intraprendere tali esecrabili azioni. In sostanza potremmo intendere: gli imperialisti lasciateli fare a chi conosce la materia, sicuramente non fa per voi italiani!

Nella malconcia democrazia italiana di questo scorcio di terzo millennio non è difficile rintracciare un sottile filo conduttore che unisce destra e sinistra o meglio i politici di entrambi gli schieramenti: è quel filo che porta i leader politici ad accattivarsi le simpatie del “popolo” stabilendo un rapporto diretto con esso che finisce, quasi inevitabilmente, per scavalcare e ridimensionare il ruolo dei gruppi dirigenti e dei partiti stessi, e spostando l’attenzione più sulla figura del capo, della sua personalità e del suo culto.  In certi casi subentra anche la tentazione demagogica, attraverso la quale il leader fa uso delle proprie parole-chiave unicamente in funzione di quel che il “popolo” vuole sentirsi dire, prestando più attenzione al ventre piuttosto che alla testa, alla complessità dei problemi e all’interesse generale.

Per molti risulta naturale l’approdo a un meccanismo simile nell’era della comunicazione e della spettacolarizzazione della politica nelle democrazie occidentali. Ciò che però evitiamo di constatare è la peculiarità del caso italiano. La crescita dell’importanza acquisita dai leader, infatti, è proporzionata all’evidente indebolimento degli organismi dirigenti dei rispettivi partiti, e quindi a quello stadio intermedio, indispensabile e insostituibile nella democrazia italiana della storia repubblicana, a cui è affidato quel ruolo di intermediazione e rappresentatività connesso al corpo  elettorale.

Non intendo soffermarmi sul populismo berlusconiano dove in realtà il rapporto diretto con il “popolo” non solo svuota il ruolo dei dirigenti locali del Pdl, divenuti sempre più dei vassalli senza potere asserviti al capo, ma è la base stessa che, enfatizzata dal leader che ne intuisce gli istinti viscerali, non risulta in possesso di alcuno strumento decisionale in merito alla selezione della propria classe dirigente.

Preferisco, invece, porre l’attenzione sugli effetti che la sindrome populistica sortisce nel campo del centrosinistra. Già dalla fondazione del Partito Democratico nel 2007 vi fu un primo e chiaro impulso di tipo leaderistico e plebiscitario, assurgendo le primarie a mito statutario piuttosto che a strumento utile a cui ricorrere in circostanze particolari, imposte dalla necessità del caso. La giustificazione più gettonata fu quella della modernizzazione del sistema italiano, troppo appiattito sui dettami costituzionali post bellici. Non vi è alcun dubbio che il sistema attuale debba essere modernizzato ma non ritengo che la direzione plebiscitaria e leaderistica sia quella giusta, specialmente in un Paese nel quale la deriva autoritaria ha imperversato per parecchi anni ed è ancora dietro l’angolo. Quella deriva che i padri costituenti hanno bloccato con la nascita della democrazia parlamentare fondata sui partiti e non sui “popoli” come giustamente ci ricorda Bersani.

Gli effetti prodotti da quell’impulso sono stati devastanti nel campo del centrosinistra: si sono formati gruppi dirigenti locali spesso autoreferenziali (non dovendo rispondere ad alcuna platea di iscritti) che in alcuni casi si sono stretti attorno a figure carismatiche in quel preciso ambito territoriale, producendo una disomogeneità di linea politica e un caos da cui, tuttora, stentiamo a venir fuori. Con maggior potere delegato agli iscritti e con la capacità di selezionare la classe dirigente da cui farsi rappresentare e a cui chiedere conto, in parte tali effetti sono stati ridotti. Eppure non siamo i soli ad essere colpiti da questa mania: basti guardare il panorama dei partiti politici di opposizione per notare come il principale alleato dei Democratici, l’Italia dei Valori, altro non è che un guazzabuglio di gruppi e gruppetti uniti attorno alla figura del suo capo-padrone Antonio Di Pietro e il cui tratto distintivo è rappresentato fortemente da una politica populista. Se guardiamo poi alle ultime vicende della politica pugliese appare lampante l’esempio più significativo di populismo rosso in stile sudamericano, esemplificativo in parte della crisi che attanaglia le forze riformiste, incapaci oggi di suscitare emozioni forti e condivise dalla sua base attorno a un progetto politico chiaro. In mancanza di progetti, di emozioni collettive, la base democratica ha preferito, sull’onda dell’entusiasmo, scegliere di continuare l’esperienza iniziata da Nichi Vendola cinque anni fa con una partecipazione massiccia alle consultazioni. Il caso pugliese è talmente importante e complesso da non poter essere affrontato in maniera semplicistica, ma evidenzia la tendenza che può farsi strada nel campo del centrosinistra, sempre meno incline ai partiti (per responsabilità esclusive della classe politica) e sempre più alla ricerca di un sogno e di un’emozione forte.

La questione principale, elusa da un’analoga visione della politica, risiede nella capacità di discernere se sia più efficace nella battaglia finale il populismo della destra berlusconiana o quello che a tratti si intravede a sinistra. Non penso sia difficile arrivare a una conclusione. I mezzi mediatici, la forma-partito messa in piedi, la singolare capacità di Silvio Berlusconi di capire i gusti della gente, di trasformarne il sistema culturale e coniarlo a propria immagine e viceversa (e dopo più di vent’anni di televisione commerciale ci rendiamo conto delle conseguenze manifestatesi sulla discrasia mentale e culturale degli italiani) deve farci riflettere. Il populismo berlusconiano è indubbiamente in posizione di vantaggio rispetto agli altri che costituiranno sempre una minoranza, seppure urlante.

Tentativi maldestri di emulazione appaiono anche da noi, nella nostra provincia, nel nostro partito. Non mancano neanche nelle imminenti elezioni regionali. Noto con una sottile ironia sforzi velati di imitare spudoratamente slogan, modi e forme, propri di altri candidati impegnati in altre competizioni. Bisognerebbe sapere però che non tutti i modelli possono essere esportati e che i contesti in cui si opera non sono sempre identici. Paiono intelaiature simili ai progetti di chi costruisce case senza fondamenta, partendo magari dalle finestre. Per questo consiglierei di evitare il plagio di prototipi altrui, la riduzione della campagna elettorale a uno scontro congressuale o la trasformazione della propria base in un fan-club.

Tutto ciò è incompatibile con la cultura e l’identità del Partito Democratico, è un populismo di basso spessore più affine ad altre liste o partiti. E’ un modo di concepire la politica che si fonda su miti, questioni individuali, culti della personalità, piuttosto che su programmi e proposte concrete basate sull’analisi dei fenomeni di trasformazione della società esistente. E’ il populismo che abiura il ruolo degli organismi dirigenti di partito e che accetta soltanto l’interlocuzione con il “popolo” e i “movimenti” escludendo in ultima istanza l’idea stessa di “partito” e dei soggetti intermedi.

Riprendendo e parafrasando Lenin è il populismo degli “straccioni”.   

Matteo Terrani     

Troppo bella per non diffonderla…il bello viene alla fine

category News Fuser 4 febbraio 2009

 Di Stefania Pipitone